AL FUNERALE

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AL FUNERALE

un racconto di Paolo Rocchigiani


Non mi piace affatto andare ai funerali, a chi piace farlo! Ma a quello in particolare non potevo proprio non andare, glielo dovevo; dopo tutto avevamo passato un sacco di bei momenti insieme e trovavo disumano quello che alla fine le era capitato.

C’è stato un periodo in cui ci capivamo al volo, bastava un attimo per essere sintonizzati, poi chissà, forse un po’ per colpa mia, un po’ per la sua incredibile voglia di libertà, sembrava non riuscissimo più a capirci.  Ma lei era così, andava e veniva, ripresentandosi improvvisamente come se nulla fossa cambiato, esaltandosi per una novità o per la riproposizione di un accorgimento passato. Aveva sempre avuto la tendenza a considerare ogni cosa come un “capolavoro”, intendo davvero ogni sorta di schifezza!

Glielo dicevo continuamente, ma l’uso del DETUNE l’ aveva mandata veramente fuori fase. Non riuscivo più ad essere d’accordo con lei: aveva fatto in modo che gli ASSOLI di chitarra scomparissero a favore di frasi sparate alla velocità della luce, aveva ottenuto lo sdoganamento di alcuni lati della sua personalità, ma allo stesso tempo sembrava aver dimenticato le colonne su cui aveva basato la sua grandezza: l’essere a TEMPO e l’essere INTONATO evidentemente non erano più condizioni basilari e tendevano a diventare entità grige se non trasparenti. Permettere poi che le chitarre si riducessero in quel modo fu sicuramente imperdonabile!

L’ultima volta che l’ho vista camminava sbandando sorretta da tipi alquanto strani che sparlavano di stile. Aveva perso freschezza e mi sembrava molto più vecchia di quanto si potesse immaginare. Ormai frequentava gente di nicchia che si autoincensava, spostava denaro e masticava dignità, dimenticando di fatto tutti gli altri amici, quelli semplici e veri con cui era stata felice e che erano stati felici insieme a lei. Purtroppo non avevo conosciuto molti dei suoi compagni più cari, so solo che bastava ascoltarli per rendersi conto che parlavano di lei come della cosa più bella che  fosse loro capitata… come dargli torto.E alla fine, il gruppo di mostruosi sciacalli che accudiva e a cui dava da mangiare, aveva finito per farla secca.

Ed ora sono qui che guardo la sua bara sotto una pioggia battente e un silenzio al di là del reale. Sarà il tempo da cani, grigio e tremendo, ma tutti quelli intorno a me mi sembrano solo zombie, immobili e freddi, senza colori. Credo che molti non ce l’abbiano fatta a venire e non posso biasimarli. Non mi resta che salutarla toccando la bara e poi andare via.

La placca d’oro con inciso il suo nome  è davvero bella, non credo di aver mai saputo il suo cognome, ma credo che poco importi: addio mia amica cara, addio mia cara MUSICA.

Paolo Rocchigiani

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