IL CAMPIONE
L’orda di orchi e goblin si muove nell’ombra, guidata da Grunk, campione scelto per schiacciare l’Impero.
Ma il potere che lo sostiene non è ciò che sembra, e il comando ha sempre un prezzo.
un racconto di Paolo Rocchigiani
Gli stendardi dei clan che Grunk aveva riunito sventolavano nell’accampamento. Roccia Dura, Lunghe Zanne, Mano Nera, Lame Oscure, Lunghi Coltelli, in ogni angolo gli orchi si preparavano sentendo nell’aria l’avvicinarsi della battaglia. Separati e sempre diffidenti, i clan dei goblin facevano i loro preparativi, Mezza Luna, Stella Nera, Sabbia Immonda e Otto Punte. Alcuni affilavano le proprie armi, altri si dipingevano il corpo con i segni delle proprie divinità: la grande ragnatela dell’Oscura tessitrice, il teschio verde di Orzul e tutti gli emblemi dei Signori del caos. Diverse scaramucce erano all’ordine del giorno, ma tutto sommato l’obiettivo comune sembrava sufficiente a mantenere l’ordine e quando le cose sembravano degenerare era sufficiente far rotolare qualche testa.
Era stata una grande impresa per Grunk riunire un’orda del genere e ancor più grande lo era stata quella di riuscire a portarla all’interno dei confini dell’Impero. C’era riuscito senza destare allarmi e clamori e questo perché, più che alla feroce e onorevole carica a testa bassa, tipica delle strategie guerresche degli orchi, si era affidato alle oscure arti che gli sciamani del suo popolo praticavano da millenni.
Non era stato molto difficile portare dalla sua parte i capiclan sempre ansiosi di ottenere bottini di guerra da scorribande nei domini degli umani, quanto riunire sotto una sola parola gli sciamani di ogni clan soprattutto quelli Goblin che, gelosi dei segreti delle loro arti oscure, non amavano condividere il proprio sapere con altri servitori dell’oscurità.
Ciononostante alla fine tutti avevano deciso di seguire Grunk. Il perché risultò molto semplice: nella società orchesca i requisiti che un leader doveva possedere erano l’essere dotato di una stazza mostruosa e di una potenza dirompente e Grunk semplicemente abbondava di entrambe. Ma il suo successo era determinato anche da altro.
Dopo aver fatto un giro di perlustrazione per l’accampamento e aver raccolto le informazioni riportate dagli esploratori goblin, si diresse verso la sua spartana tenda. Impartì degli ordini ai suoi luogotenenti, raccolse il saluto di due orchi giganteschi che rappresentavano la sua guardia personale ed entrò. Si guardò intorno finché non poté più udire i suoni dell’accampamento. Un gelo mortale lo avvolse e allora si inginocchiò. “Mio Signore”.
Un uomo slanciato, ammantato di nero, si materializzò davanti a lui. I suoi occhi gialli senza pupille lo fissarono senza che le palpebre si chiudessero, mentre il volto magro e spigoloso ruotava leggermente. “Parla.” La sua voce era bassa ma ricca di armoniche. “Come avevi previsto il convoglio di Drichter ridiscende la strada consolare. Le mie forze sono pronte”.
Un attimo di silenzio appena troppo lungo. “Le… le tue forze?” Il tono d’un tratto diverso dell’uomo fu soffocato prontamente. Voltandogli le spalle incrociò le mani dietro la schiena muovendosi all’interno della tenda. Lo stretto mantello sembrava non assecondarne il movimento.
“Da quando uno schiavo possiede qualcosa senza che il suo padrone lo sappia? Dimmi. Sei tu ad essere mio. Tu servi me, perché io sono il tuo padrone… o mi sbaglio? Dovrei essere io a decidere se tu puoi avere qualcosa”. Sorrise in un ghigno. Grunk abbassò la testa, anche inginocchiato era molto più alto dell’uomo.
“Mio Signore io…” “Prepara l’orda e schiaccia il Lord comandante, questo è quello che tu devi fare. Ti ho scelto come mio campione, alzati adesso.” Grunk obbedì guardando in basso. “Il mio schiavo fedele… dico bene?”. L’orco sentì il gelo rallentargli il sangue.
“Tu sei il mio Signore e io servo il mio Signore”. “Bene. Molto bene. Così ora io decido che puoi avere qualcosa…”. Gli indicò un baule in fondo alla tenda. Grunk era sicuro di non averlo mai visto e si mosse in modo goffo e titubante per raggiungerlo. Superò l’uomo e aprì il baule.
Le enormi mani trassero fuori un elmo color ebano con due corna mastodontiche ripiegate in giù. L’uomo gli fece un cenno e il capoclan indossò l’elmo. Meraviglioso artefatto. Il sangue cominciò a ribollire nelle vene. Per un istante dei simboli si illuminarono per poi immediatamente scomparire e lasciare la liscia superfice riprendere il suo colore nero.
“Ricorda, io decido… ora va mio campione, esegui il mio piano, schiaccia il Lord comandante e…”. “Sì mio Signore, nessun superstite”.
👉 Se non l’hai già fatto, leggi il capitolo precedente: “GLI SCOUT – L’ombra nella foresta”
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