Perché il fantasy continua a creare personaggi dai capelli bianchi?
Da Elric a Raistlin: sulle tracce di un simbolo che attraversa il mito e la narrativa moderna
un articolo di Paolo Rocchigiani
Chi frequenta la letteratura fantasy da qualche tempo finisce inevitabilmente per imbattersi in una curiosa ricorrenza. Alcuni dei personaggi più memorabili del genere condividono infatti una caratteristica visiva molto precisa: i capelli bianchi, argentei o innaturalmente pallidi.
L’esempio più noto è probabilmente Elric di Melniboné, l’imperatore stregone albino creato da Michael Moorcock. Ma il fenomeno non si esaurisce certo con lui. Raistlin Majere, una delle figure centrali di Dragonlance, viene descritto con capelli bianchi e un aspetto sempre più consunto dalla magia. Geralt di Rivia porta i segni delle mutazioni che lo hanno trasformato in uno strigo. La dinastia Targaryen delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco si distingue per le sue chiome argentee.
Naturalmente non tutti questi personaggi sono albini. Alcuni non condividono nemmeno la stessa funzione narrativa. Esistono anche casi più complessi. Gandalf il Bianco per esempio meriterebbe probabilmente un articolo a sé. A differenza di Elric, Raistlin o Geralt, la sua funzione narrativa non coincide principalmente con quella dell’individuo segnato o trasformato. Nelle interpretazioni ispirate agli studi di Joseph Campbell, Gandalf può essere letto come Mentore, Vecchio Saggio o persino Araldo, cioè la figura che annuncia l’inizio del cambiamento e spinge l’eroe verso il proprio destino.
Anche in questo caso il bianco conserva una forte valenza simbolica, ma il suo significato appare più legato alla sapienza e alla mediazione con il sacro che alla separazione o alla ferita che caratterizzano personaggi come Elric o Raistlin.
La frequenza con cui questa immagine ritorna suggerisce una domanda interessante: perché proprio il bianco?
La spiegazione estetica è certamente plausibile: un personaggio dai capelli bianchi risulta immediatamente riconoscibile e si imprime con facilità nella memoria del lettore. Tuttavia questa osservazione, pur corretta, sembra insufficiente. Quando una stessa immagine attraversa opere, autori e decenni diversi, spesso vale la pena interrogarsi sul suo significato simbolico.
Oltre il colore: la figura del personaggio segnato
Osservando più attentamente questi protagonisti emerge un elemento comune che va ben oltre l’aspetto esteriore.
Elric è un sovrano fragile all’interno di una civiltà potente e crudele. Raistlin acquisisce una conoscenza straordinaria pagando un prezzo fisico e psicologico elevatissimo. Geralt ottiene capacità sovrumane al costo di una progressiva estraneità rispetto al mondo degli uomini. I Targaryen portano sulle spalle il peso di una discendenza che li rende contemporaneamente superiori e isolati.
Le differenze tra questi personaggi sono evidenti. Ciò che li accomuna non è una particolare morale, né una specifica funzione narrativa. Piuttosto, tutti sembrano appartenere a una categoria più antica: quella dell’individuo segnato da un’esperienza, da una conoscenza o da un destino che lo separano dagli altri.
Da questo punto di vista il colore dei capelli assume un ruolo interessante. Non rappresenta la causa della loro eccezionalità, ma il segno visibile di una condizione interiore. Attraverso questo dettaglio l’autore comunica immediatamente al lettore che il personaggio si trova in una posizione particolare rispetto alla comunità di cui fa parte.
Un tema che precede il fantasy
Per comprendere meglio questo fenomeno è utile allontanarsi temporaneamente dal fantasy moderno.
Molto prima della nascita del romanzo fantasy esistevano già figure caratterizzate da una separazione simbolica rispetto al resto della società. Il mito, il folklore e le tradizioni religiose di culture diverse sembrano tornare continuamente su questo tema.
Nella mitologia nordica, Odino ottiene la sapienza sacrificando un occhio. Nella tradizione greca, Tiresia perde la vista ma acquisisce il dono della profezia. Nel ciclo arturiano il Re Pescatore porta una ferita che diventa il simbolo stesso della sua condizione esistenziale. Anche molte tradizioni sciamaniche descrivono l’acquisizione del sapere attraverso un processo di trasformazione che prevede una sorta di morte simbolica dell’iniziato.
Non si tratta di figure identiche, né di storie che derivano necessariamente le une dalle altre. Tuttavia sembrano condividere un’intuizione comune: l’accesso a una conoscenza superiore comporta una trasformazione che lascia una traccia.
Talvolta la traccia assume la forma di una ferita. In altri casi si manifesta come una mutilazione, una cicatrice o una condizione permanente che distingue il personaggio dagli altri uomini.
Il fantasy moderno sembra riprendere questo schema e tradurlo in nuove forme narrative.
Jung, Campbell e il ritorno degli archetipi
Una possibile chiave interpretativa viene offerta dagli studi di Carl Gustav Jung.
Secondo lo psichiatra svizzero, molte immagini simboliche tendono a riaffiorare spontaneamente nelle culture umane. Jung definì queste immagini “archetipi”, strutture profonde che si manifestano in forme differenti a seconda delle epoche e dei contesti culturali.
Non è necessario accettare integralmente la teoria dell’inconscio collettivo per riconoscere che alcune figure sembrano possedere una straordinaria capacità di sopravvivenza. Il vecchio saggio, il profeta, l’eremita, l’iniziato e il sovrano ferito continuano a riapparire sotto forme sempre nuove.
Joseph Campbell arrivò a conclusioni simili attraverso lo studio comparato dei miti. Nel suo celebre L’eroe dai mille volti mostrò come culture molto distanti abbiano spesso raccontato variazioni dello stesso percorso: l’individuo attraversa una prova, viene trasformato e ritorna cambiato.
Ciò che interessa al nostro discorso è che questa trasformazione raramente rimane invisibile. La narrazione tende a renderla percepibile attraverso segni concreti che permettono al lettore di riconoscere immediatamente la natura speciale del personaggio.
Naturalmente questo non significa che Moorcock, Weis, Hickman o Martin abbiano copiato direttamente i miti antichi. Piuttosto, suggerisce che autori molto diversi continuino ad attingere, consapevolmente o meno, a un patrimonio simbolico comune che attraversa secoli e culture differenti.
Elric e la modernizzazione di un’immagine antica
In questo contesto, Elric occupa una posizione particolarmente significativa.
Quando Michael Moorcock introduce il personaggio negli anni Sessanta, il fantasy è ancora fortemente influenzato dall’immagine dell’eroe barbarico incarnato da Conan. Elric rappresenta una rottura evidente rispetto a quel modello. È fisicamente debole, dipendente dalla magia, tormentato dai dubbi e costantemente in conflitto con sé stesso.
La sua diversità non costituisce un elemento marginale della narrazione. È parte integrante del personaggio e contribuisce a definirne il significato simbolico.
Per questo motivo Elric appare al tempo stesso innovativo e familiare. Innovativo perché propone una nuova idea di protagonista fantasy. Familiare perché richiama figure molto più antiche, appartenenti alla lunga tradizione dell’uomo trasformato dalla conoscenza, dal potere o dal destino.
Continuiamo a inventare storie o continuiamo a reinventare simboli?
A questo punto la domanda iniziale assume una forma diversa.
Forse il fantasy non continua a creare personaggi dai capelli bianchi perché gli autori si influenzano reciprocamente o perché quel dettaglio risulta particolarmente efficace dal punto di vista estetico.
Forse il fenomeno è più profondo.
Gli scrittori inventano mondi nuovi, sistemi di magia, lingue e cosmologie originali. Tuttavia il materiale simbolico con cui costruiscono queste storie sembra spesso provenire da un patrimonio molto più antico.
L’eroe ferito.
Il sapiente isolato.
Il profeta.
L’iniziato.
L’individuo che, dopo aver attraversato una trasformazione decisiva, non riesce più a tornare alla condizione ordinaria.
Se questa interpretazione è corretta, allora i capelli bianchi di Elric, Raistlin, Geralt o dei Targaryen non rappresentano soltanto una scelta stilistica. Costituiscono una delle molte forme attraverso cui la narrativa contemporanea continua a esprimere un’idea antichissima: quella dell’essere segnato.
Non l’uomo perfetto.
Non l’eroe invincibile.
Ma colui che ha pagato un prezzo per vedere qualcosa che gli altri non riescono ancora a vedere.
Bibliografia essenziale
- Carl Gustav Jung, Gli archetipi dell’inconscio collettivo
- Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti
- Christopher Vogler, Il viaggio dell’eroe
- Mircea Eliade, Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi
- Michael Moorcock, Elric di Melniboné
- Margaret Weis, Tracy Hickman, Le Cronache di Dragonlance
- J.R.R. Tolkien, Sulle Fiabe (On Fairy-Stories)
- J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli
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