Il segreto di Via delle Ginestre – Tre bambini e una casa disabitata

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Il segreto di Via delle Ginestre – Tre bambini e una casa disabitata

Un pomeriggio d’estate, tre ragazzini si avventurano in una casa apparentemente abbandonata. Ma ciò che troveranno oltre quella soglia non appartiene alla realtà.

un racconto di Paolo Rocchigiani


Il caldo faceva tremare l’asfalto di Via delle Ginestre come un miraggio. Le case del quartiere sembravano addormentate, chiuse dietro tende beige e condizionatori che rantolavano piano.
Tommy, Giulia e Manuel — dodici, undici e dieci anni — si erano dati appuntamento dietro il muretto della casa al civico 23, quella mezza diroccata, lì non c’era mai nessuno a lamentarsi del pallone.

“Ve lo dico io cos’è,” disse Tommy, con lo sguardo di chi ha già deciso di mettersi nei guai. «Lì dentro c’è un laboratorio segreto. Mio fratello dice che la notte si sentono strani rumori: tipo un macchinario, sicuramente ci fanno degli esperimenti ultrasegreti.»
Giulia sorrise: “O magari è solo una lavatrice.”

“Sarà, ma io non ho mai visto nessuno entrare o uscire.” Con l’aria di chi ha sempre una spiegazione pronta Tommy continuò:

“Non capisci! Quelle case lì le costruivano sopra vecchie basi militari per tenerle nascoste. Ci fanno  test, aprono portali, roba quantica.”

“Non credo ci siano basi sotterranee dai!”

“E’ per questo che ce le mettono, perché nessuno crede che possano esserci”. “Si vabbè, possiamo giocare ora?”

La palla rossa di Giulia rotolò oltre la recinzione, fermandosi accanto alla porta chiusa.
Tommy lo prese come un segno del destino. “Vado io.”

“Possiamo bussare e chiedere la palla gentilmente no?” Cercò di dire Manuel sembrando ancora più piccolo.

Tommy non lo sentì nemmeno. Appena superò il cancello, l’aria cambiò sapore. Non c’era più il profumo di tiglio, solo un odore metallico, elettrico, come prima di un temporale. La palla era lì e da sotto la porta filtrava una luce azzurra pulsante, viva come un battito.

“Ragazzi, venite a vedere!”
Giulia e Manuel era titubanti, ma cos’altro potevano fare? Ci volle un po’ per smuovere il piccolo Manuel, ma alla fine raggiunsero in silenzio l’amico. La porta, spingendo piano, si aprì da sola.

Dentro, le pareti del corridoio erano coperto di fotografie appese senza cornice: volti in bianco e nero, tutti con gli occhi chiusi, come in un sonno eterno. “Io ho paura” piagnucolò Manuel. Giulia gli strinse la mano mentre Tommy guidava la spedizione.

“Sono solo foto uscite male!”

Dalle stesse fondamenta della casa proveniva un ronzio basso e costante. Una stanza si apriva alla fine del corridoio. La penombra interna veniva tagliata da lampi intermittenti: macchine, tubi, schermi ancora accesi e un portale circolare di metallo sospeso nel vuoto proprio al centro della camera misteriosa.
Su un piccolo tavolo, un nastro magnetico girava lento, e una voce registrata mormorava:

«Esperimento 42… soglia raggiunta. Stabilità del varco: temporanea. Attendere…»

Tommy si avvicinò, rapito. La luce del portale cambiava colore — azzurro, poi viola, poi bianco — fino a diventare quasi liquida.
«È… bellissimo,» sussurrò Giulia. «Sembra… respirare.»
«Entriamo?» disse Tommy rapito, ma nessuno gli rispose.

Il ronzio si fece più forte.
Una corrente d’aria li risucchiò piano, come un soffio gentile ma inarrestabile.
Tommy cercò di aggrapparsi alla scrivania, Giulia urlò il suo nome, Manuel piangeva e poi — solo luce.
Un lampo, e il mondo cambiò colore.

Erano in piedi nello stesso corridoio, le fotografie alle pareti si erano trasformate in specchi liquidi che riflettevano le loro ombre. Guardarono fuori da una delle finestre  e videro che il cielo era verde

Giulia provò ad aprire la porta, ma dietro trovò ad attenderla una distesa infinita di nebbia color ametista.
Il portale alle loro spalle si spense, lasciandoli immersi in un silenzio irreale.

Tommy fissò i compagni, cercando di sorridere. “Ve l’avevo detto che c’era un laboratorio segreto.”


Ancora oggi, nelle notti d’estate, chi passa in Via delle Ginestre giura di sentire voci di bambini provenire da dietro la siepe. A volte sembrano ridere, altre sussurrare cose strane, in una lingua che nessuno riconosce.

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Paolo Rocchigiani

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