LA FREQUENZA DI DIO – Alcune onde non sono di questo mondo

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LA FREQUENZA DI DIO – Alcune onde non sono di questo mondo

Alcune onde non appartengono a questo mondo.

un racconto di Paolo Rocchigiani


Nella piccola sala insonorizzata del suo laboratorio, Marco si assicurava sempre due volte che le porte fossero ben chiuse prima di mettersi al lavoro.
Non certo per paranoia, ma per puro rituale.
Era infatti convinto che ogni suono, prima di essere registrato, dovesse restare puro, incontaminato dal rumore del mondo e chiuderlo dentro sembrava la soluzione migliore.

Lavorava come tecnico del suono per una radio locale, ma da anni passava le notti in solitudine, sperimentando progetti sull’individuazione delle frequenze dormienti, quelle che nessuno usava più.
Gli piaceva cercare il silenzio dentro il suono e amava ripetersi  che la musica vera non è nelle note, ma tra le note.

Una notte, mentre calibrava un vecchio oscillatore analogico, captò un segnale.
Non era un fruscio, tantomeno una interferenza, poteva essere di più, addirittura una voce.
Flebile, ritmica, come un sussurro immerso nel vento solare, era certamente una voce. Non poteva perderla, così si attivò per registrarla.
Per un attimo temette di non sentirla più, ma poi eccola lì, era riuscito a catturarla.  La filtrò, poi la ripulì per cinque, dieci, venti cicli aggiungendo sempre maggiore dettaglio. Alla fine le parole scorrevano fluidi e musicali:

“Non avere paura. Siamo dalla parte che non fa rumore.”

Gli venne quasi un colpo. Poi cercò di tornare razionale, sorrise e pensò a un residuo di onde corte o a un rebus di qualche radioamatore nostalgico. Fatto sta che era molto tardi e forse aveva esagerato, era giunto il momento di tornare a casa e farsi un bel sonno.

Tornò a casa e prima di andare a dormire, per avere un po’ di compagnia, accese la TV. Lo schermo rimaneva bianco e ogni canale, ogni frequenza, emetteva solo quel fruscio, quel suono continuo, quasi impercettibile, ma presente.
Non aveva dubbi che si trattasse dello stesso timbro che aveva ascoltato poco prima. Forse aveva ascoltato talmente tanto quelle frequenze che le sue orecchie si erano tarate non percependo altro. Non c’erano più dubbi, doveva riposare, subito. Si costrinse a dormire mentre nelle orecchie il suono rimaneva sempre più ovattato fino a spegnersi del tutto.

Il giorno dopo, portò la registrazione a un collega del centro di controllo onde.
“Hai idea di che frequenza sia questa?” gli chiese ansioso.
Ale andava a nozze con queste domande prendendole per vere e proprie sfide. Accese la sua apparecchiatura e lanciò le sue routine più perfezionate. Con una mano sulla cuffia e l’altra sempre più veloce sui tasti della sua tastiera, lanciava comandi per poi confrontare grafici e tabelle. Poi  impallidì.
“Non è su nessuna banda conosciuta. Tecnicamente questa registrazione… non esiste.”

Da quella notte, Marco non riuscì più a dormire. Come era possibile? Davvero il suono che aveva registrato non poteva esistere? Eppure era lì, lo sentiva distintamente e, cosa importantissima, anche gli altri potevano sentirla.
Passava ore davanti al fidato mixer, cercando la “frequenza fantasma”.
E più la inseguiva e più diventava sfuggente.

Una sera il segnale tornò, forte, nitido.
Non una voce sola, ma centinaia.
Cori di uomini, donne e bambini che parlavano lingue sconosciute, ma con una cadenza perfetta, come se seguissero una melodia invisibile.

Non riusciva a credere a quello che stava ascoltando.

Registrò tutto.
E al minuto 8:15 sentì il proprio nome.

“Marco.”

Una voce chiara, dolce, in mezzo al coro.

“Se ci senti, rispondi.”

Poi il nulla, uno strano silenzio pieno di armoniche sconosciute. Ma ormai aveva abbondantemente superato il confine della normalità.

Trovò la forza. “Dopotutto perché no” pensò e aprì il microfono.
Chi siete?” chiese, con la voce rotta.
Silenzio. Poi una frase:

“Siamo le possibilità che non hai vissuto.”

I giorni seguenti furono un unico, lungo esperimento.
Marco registrava, decodificava, analizzava spettri e armoniche senza riscontri plausibili. Sembrava instancabile.
Scoprì che ogni volta che il segnale compariva, delle luci in formazioni sempre diverse si allineava sopra la città.
Ogni notte una formazione diversa.

Cominciò a pubblicare le registrazioni online.
In pochi giorni, migliaia di persone affermarono di sentire, dentro quelle frequenze, voci di persone care scomparse.
Alcuni sostenevano di udire se stessi da bambini, altri amici lontani.

Una donna giurò di aver sentito il marito morto chiamarla per nome dal televisore.
Un bambino disse di aver riconosciuto la sua voce che rideva dentro il forno a microonde.
Il fenomeno prese piede tanto da meritare un commento prima su alcuni siti di News improbabili, poi addirittura delle autorità:  parlarono di isteria collettiva tanto da arrivare ad oscurare ufficialmente il segnale. La faccenda stava assumendo connotati inquietanti e imprevedibili.

Marco, dal canto suo, non accennò a fermarsi.
La notte del 4 novembre, riattivò il trasmettitore e parlò direttamente sul canale proibito.
«Se siete davvero voi, ditemi cosa devo fare.»

Il silenzio durò sette secondi. Poi la risposta:

“Alza il volume.”

Lo fece. Per sette volte sette alzò il volume.
L’onda si amplificò, superando i limiti della banda, investendo ogni frequenza, ogni linea elettrica, ogni cuore connesso. Cresceva senza limiti.
La città tacque e come lei quelle più vicine, poi quelle lontane, sempre più lontane.
Le luci si spensero una dopo l’altra, come stelle esauste.

Poi, per un istante, Marco credette di sentire il battito del pianeta, addirittura come un eco di sé. Il buio più profondo si impadronì di ogni centimetro dello spazio e del tempo.

Quando la luce tornò, Marco non c’era più. Rimaneva la sua sedia vuota, il suo mixer e una traccia appena registrata di una 
voce che diceva in un loop infinito:

“Il silenzio non è assenza. È ritorno.”

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Paolo Rocchigiani

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