IL TEMPO IN AFFITTO
Quando anche un minuto diventa una moneta d’amore.
un racconto di Paolo Rocchigiani
Il cartello sulla vetrina era nuovo.
“Tempo in affitto – attenzione: il tempo non fa sconti.”
Nessun numero, nessun orario d’apertura. Solo quella frase, incisa su plexiglass trasparente.
Svuotato di ogni interesse per il futuro, Massimo passava lì davanti ogni giorno andando al lavoro. All’inizio non ci aveva badato più di tanto — pensava fosse l’ennesima trovata pubblicitaria, o un esperimento artistico. In ogni caso aveva qualcosa di affascinante.
Ma un pomeriggio, stanco del solito ronzio di mail e colleghi, si ritrovò davanti a quella vetrina. Tempo in affitto… Restò a fissare il riflesso del suo volto nel vetro. Per un attimo gli parve che fosse quello di un uomo più giovane. Poi la porta quasi si aprì da sola e decise di entrare e andare a curiosare.
Dentro non c’era nessuno, solo un odore di metallo e un bancone lucido come vetro liquido. Fece pochi passi e dalla tenda viola dietro il bancone emerse una donna vestita di nero, elegante come un pianoforte. Sembrava dipinta nella sua perfezione.
«Posso aiutarla?» chiese, con voce gentile ma senza temperatura.
«Volevo… sapere cosa significa “tempo in affitto”.»
Lei sorrise, come chi sente quella domanda da secoli.
«Significa che può acquistare minuti di vita aggiuntiva. Può tornare a un momento del passato, riviverlo o modificarlo. Ma solo per la durata che paga.» «E se finisce il tempo?» Sorrise, ma per un istante vide, nitido, il ricordo a cui sarebbe voluto tornare.
«Torna qui. O meglio… una parte di lei lo fa. L’altra rimane dove ha scelto di essere.»
Massimo rise, nervoso.
«Sembra una trovata da romanzo.»
«Lo è. Ma funziona. Vuole provare?»
Era veramente curioso di sapere dove andasse a parare quel gioco. Pensò fosse un esperimento sensoriale, una di quelle installazioni che promettono emozioni a pagamento, aveva letto qualcosa sull’argomento, ma qui sembravamo andare oltre.
La donna tirò fuori una carta da firmare e nel porgergliela, sorridendo, gli ricordò:
«Il tempo scorre».
Massimo cominciò a leggere. Aveva ancora impressa la voce di Marta, la sua ex compagna, quando lo aveva lasciato:
“Ti sei dimenticato di vivere, Massimo. Ti sei chiuso in un tempo che non scorre.”
Quelle parole gli rimasero dentro come un’eco che non trova parete.
Firmò.
Un minuto. Offerta libera. Davvero Massimo non sapeva cosa aspettarsi.
La donna gli fece indossare un bracciale sottile, metallico. «Pensiamo noi al resto.»
Un suono come di liquido in ebollizione attrasse i suoi sensi, poi il vuoto.
Quando riaprì gli occhi, era seduto sul letto di casa sua, tre anni prima.
Marta dormiva accanto a lui, i capelli sparsi sul cuscino. La stanza odorava di caffè e pioggia.
Non aveva mai dimenticato quell’istante. Era la mattina del loro ultimo giorno felice.
Si avvicinò piano, la sfiorò. Marta aprì gli occhi e sorrise.
«Che c’è? Non dormi?»
Massimo le accarezzò il viso. Non disse nulla. Non voleva rovinare il minuto più perfetto della sua vita.
Poi il bracciale vibrò.
Un bip. Poi un altro.
«No… ancora un attimo.»
Ma il suono divenne insistente. Marta svanì come un riflesso sull’acqua.
Capì che la memoria non era un ricordo, ma una stanza che continuava ad abitare.
Tornò nella stanza della vetrina.
La donna lo guardava con dolcezza impassibile.
«Vuole rinnovare l’affitto?»
Massimo non riusciva a credere a quanto fosse accaduto. Non era normale. Ma lui era stato lì, da lei, ancora. Affittò altri cinque minuti. Poi dieci, trenta. Poi un’ora.
Ogni volta tornava da Marta, ogni volta la perdeva di nuovo.
Ogni volta, fuori, qualcosa cambiava: i palazzi intorno diversi, le insegne con nomi sconosciuti, le strade piegate in curve che non ricordava.
Capì solo dopo.
Ogni ora che comprava lo avvicinava a un’altra versione di sé e ne cancellava una, da qualche parte nel multiverso.
Per ogni “Massimo che tornava”, ce n’era un altro che spariva.
Capì che non stava più pagando per tornare indietro, ma per non andare avanti.
L’ultima volta chiese:
«Se continuo a comprare tempo…?»
La donna non alzò nemmeno lo sguardo.
«Diventerà il suo stesso debito.»
Massimo sorrise.
«Allora mi tenga il conto aperto.»
E svanì, come chi finalmente ha trovato un modo per non tornare mai più.
Fuori, la vetrina restò spenta.
Solo il riflesso del plexiglass sembrava trattenere un’ombra — come se qualcuno fosse ancora lì, in attesa del prossimo minuto da amare. Da qualche parte, forse, il tempo stava ancora saldando il conto.
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