La solita giornata lavorativa

Tempo di lettura: 7 minuti

LA SOLITA GIORNATA LAVORATIVA

un racconto di Paolo Rocchigiani

 

Come sempre il cielo era di un azzurro perfetto, nessuna nuvola troppo ingombrante in vista e il rassicurante verde luccicante dei giardini della zona residenziale a farla da padrone. Klint uscì di casa chiudendo dietro di sé il pesante portoncino. Quell’affare non aveva mai funzionato bene e, ad ogni chiusura difficoltosa, il propositivo padrone di casa si riprometteva che lo avrebbe fatto aggiustare. Buon per lui che stavolta andava veramente di fretta, altrimenti sì che gli avrebbe fatto vedere chi comanda!

Affrettandosi sul viottolo di casa la 24 ore che stringeva al petto quasi gli cadde di mano liberando il suo contenuto mentre i soliti sorridenti vicini lo salutavano da ogni parte. Goffamente cercò di infilarsi in auto maledicendo la dilagante mania ecologista di costruirle sempre più piccole. La signora Tomasson bussò al finestrino sfoggiando uno dei suoi soliti sorrisi per poi raggiungere i suoi compagni di jogging e voltarsi indietro di tanto in tanto. Abortita la consueta e plastica smorfia delle risposte di circostanza, con l’impronta del pollice accese finalmente il motore e selezionò l’indirizzo del lavoro. Silenziosamente l’auto fece il resto districandosi nel disciplinato traffico. Durante il tragitto Klint poté fare mente locale e concentrarsi sul da farsi: la situazione non gli piaceva e nulla faceva presagire qualcosa di buono. Arrivato a destinazione scese non senza qualche difficoltà dallo scomodo mezzo. Il ministero della difesa era poco distante dal quartiere residenziale, un gruppo di vecchie querce teneva in ombra una piccola ala del palazzo più esterno ed era proprio lì che Klint aveva il suo ufficio.

Il vecchio Sammy, di guardia all’entrata est, serafico nella comodità della sua poltroncina imbottita, gli fece cenno di saluto mentre lo scanner autorizzativo faceva il suo lavoro.  Wilma lo accolse col solito larghissimo sorriso, gli occhi gioiosi messi in risalto dalla nuova montatura minimal scelta da poco e la solita tazza di caffè fumante tenuta senza problemi tra le minute mani a detta di tutti fatte di amianto, proprio come come una reliquia. Borbottando un saluto pensieroso, Klint prese la tazza mentre attraversava la porta che al suo passaggio si era aperta automaticamente. Bevve un sorso ustionante, la porta si richiuse, dal muro di fronte un enorme schermo si accese, la sua poltrona venne fuori dal pavimento circondata dalla scrivania su cui la suo console era pronta ad accoglierlo. Si accomodò, con le labbra ancora doloranti tentò di fischiettare  il suo motivetto motivazionale, posò la 24 ore e, prendendo un lungo sorso dell’amaro e famigerato caffè di Wilma, con una smorfia di celato dolore accese il sistema. Sullo schermo apparve la scritta:

TEMPO DI IMPATTO 15 MINUTI.

Klint stentò a credere ai proprio occhi e la tazza fumante quasi gli scappò di mano. Rimase impietrito, ma quando fu riportato alla realtà dal decrescere lampeggiante per effetto del conto alla rovescia dei numeri che indicavano i secondi, si mise subito a far volare le sue dite sugli inermi tasti della sua tastiera. Sbuffando quasi senza pensare per prima cosa fece scattare l’allarme generale, poi lanciò il comando per verificare se l’ombrello satellitare avesse captato il lancio attivando il riposizionamento della fitta rete di cannoni laser. Contemporaneamente allertò il sistema di intercetto delle postazioni missilistiche fisse come seconda linea difensiva. Guardò la sua 24 ore. Non ci voleva credere. Diede l’ok per il decollo degli intercettori e successivamente per quello dei bombardieri tattici, c’era anche un contrattacco da preparare. Il sistema segnalava contatti multipli, centinaia di missili erano in volo sulla sua testa.

Quella mattina aveva avuto una brutta sensazione alzandosi e poi quel fax… Nessuno usava più un fax da centinaia o farse migliaia di anni! Klint lo aveva portato con sé. Afferrò la 24 ore e la aprì mentre attendeva che i silos dei missili a lungo raggio si allineassero. Tirò fuori il foglio del fax e rilesse mentalmente l’unica parola che c’era scritta: BOOOM!!

I silos erano pronti, senza pensarci autorizzò il contro lancio. Sullo schermo apparve il tracciamento di centinaia di oggetti in movimento. I minuti passavano velocemente e la controffensiva era stata lanciata, in un angolo dello schermo su cui si calcolavano traiettorie, possibili bersagli, tempi di ingaggio, intercetto e stime di danni, il conto alla rovescia tornava indietro inesorabile. Il vecchio Sammy non si scompose più di tanto sentendo la sirena dell’allarme generale, gli dispiaceva solo doversi alzare per raggiungere il suo rifugio che era dall’altra parte della sua comoda postazione, nell’ala ovest. Erano anni che chiedeva che gliene assegnassero uno più vicino al suo posto di lavoro, ma non c’era stato verso che qualcuno gli venisse incontro. Wilma, dapprima super solerte nel mettersi in salvo alla prima urlante nota della sirena nel suo ufficio, tornò indietro per innaffiare la piantina che aveva sulla scrivania e poi si diresse saltellando verso il suo rifugio. La signora Tomasson continuò a non perdere il sorriso mentre si dirigeva con i suoi compagni di jogging verso il bunker del quartiere residenziale. Con la solita perfetta ed ordinata disciplina le auto elettriche svuotarono le strade portando i propri passeggeri nei punti di raccolta prestabiliti.

Mancavano ormai una manciata di secondi alla fine del conto alla rovescia. Klint fissava lo schermo mentre faceva l’ultimo sorso dalla tazza di un caffè ormai freddo.  Il timer si azzerò. Il tempo letteralmente si fermò, poi sullo schermo cominciarono a comparire dati in continuo mutamento su danni e perdite. Stime e dati certi confluirono in totali raccapriccianti. Ogni parte dello schermo fu inondata da numeri che crescevano, crescevano a dismisura, poi tutto si bloccò, lo schermo divenne dapprima nero e poi apparve il viso di un uomo sorridente che si allisciava la corta e curata barba bianca.

“Mio caro Klint, anche stavolta hai perso, BOOOOM!” e poi cominciò a ridere e canticchiare il suo motivetto della vittoria.

Klint scosse il capo disarmato e deluso: “Tlink… ma che razza di attacco era questo? Non c’erano i presupposti per una cosa del genere! Lo scenario attuale era post guerra fredda e tendente alla distensione.  E tu che fai? Attacchi senza apparente motivo, vigliaccamente, senza alcuna fantasia, senza una dichiarazione di guerra…”

“E il fax? Hai ricevuto il fax!” rispose Tlink ingenuamente incredulo “mi sembrava un tocco di classe d’altri tempi, una sorte di lancio di sfida con un guanto vintage!”

“E ti sembra una procedura corretta? Ma che ne parliamo a fare, giocare con te sta diventando impossibile. Nemmeno una parvenza di trattativa segreta, un ritiro degli ambasciatori, un’operazione segreta. Niente, niente di tutto questo. Solo un vile attacco con tutte le forze disponibili. Almeno ho affondato i tuoi sottomarini del settore 45B e quella maledetta portaerei del 42B.”

“Sì sì, bella mossa quella, anche se come vedi ho distrutto la tua fabbrica di componenti per satelliti così non potrai produrne di nuovi per un bel po’ e quel maledetto tuo scudo stellare o ombrello come lo chiami tu… puff, disperso!”

“Va bene, va bene Tlink tagliamo corto e calcoliamo le perdite.”

Un Tlink raggiante  canticchiava divertendosi a fare i calcoli.

“Mettiti pure comodo mio caro Klint. Dunque, dunque, per la novecentoquarantaquattromila e seicentocinquantacinquesima volta ti ho sconfitto. Ammetto che stavolta non era facile per te. Le tue perdite, come puoi vedere dal grafico, ammontano a 19.060.000 tra soldati e cittadini. Spulciando le statistiche dall’ultimo conflitto hai subito un 20% di vittime in più e un 35% tra veicoli aerei e di mare. Solo un 3% di aumento per le perdite di veicoli terrestri. Hai lavorato bene sui loro spostamenti. Le strutture hanno attivato un count per riattivarsi a tempo debito, mentre sono stati decurtati i mezzi che abbiamo perso. Le mie vittime: una cifra tonda di 10.000.000 di miei concittadini. Una vera ecatombe eh? Per le mie perdite dei veicoli potrai vederle quando riattiverai una rete di spionaggio e una di analisi, quelle che avevi sono andate distrutte. Hai sempre sottovalutato la difesa di quelle strutture!”

Tlink non poté fare a meno di fregarsi le mani mentre sghignazzava vantandosi e vantandosi ancora della vittoria. “I calcoli sono facili, mi devi 1906 esemplari, mi aspetto il pagamento entro stasera, fratello mio. Ti saluto col tuo solito motto si vis pacem, para bellu. Credo che dovresti rifletterci un po’.”

Lo schermo si spense mentre Klint continuò ad osservarlo per un po’ mentre tamburellava nervosamente la scrivania con le dita. Alla fine si alzò e uscì dalla stanza. Non aveva ancora revocato lo stato di emergenza quindi un po’ dappertutto si vedevano luci lampeggianti. Una volta fuori prese una bella boccata d’aria all’ombra delle vecchie querce.  Il cielo era sempre di un azzurro perfetto, nessuna nuvola troppo ingombrante in vista e il rassicurante verde luccicante dei giardini della zona residenziale a farla da padrone. Tutto era fermo, immutato e immutabile. Un tempo la guerra portava una devastazione senza fine, ma ormai era solo un lontano ricordo. Tutto era cambiato, non ricordava neanche più da quanto tempo. Ormai era rimasto solo un gioco virtuale tra lui e suo fratello Tlink in una sfida ipertecnologica sì ma di fatto fatta solo di bit. Fra un po’ si sarebbe tornati tutti alla normalità, occorreva saldare il debito e poi prepararsi al prossimo conflitto, così era e così sarebbe stato ancora per lungo lungo tempo.  O almeno tutto sembrava andare verso quella direzione.

L’ultima cosa da fare era scegliere 1906 tra i suoi concittadini da spedire nella fazione di Tlink a fare da schiavi. Ogni cittadino aveva un numero e tra poco Klint avrebbe dato il via all’estrazione. Si diresse al secondo piano dell’edificio dove era la sua postazione. Le porte si aprivano al suo passaggio finché non arrivò nella stanza delle compensazioni. Con un comando vocale fece archiviare il conflitto sotto la cartella ‘sconfitte’ e finalmente fece cessare l’allarme generale. Tutti sapevano della sconfitta. Un ulteriore segnale avvertiva che l’estrazione stava per cominciare. In tutti i rifugi si aprirono sulle degli schermi giganti sui quali era indicato il numero delle persone da estrarre. Klint tirò un lungo sospiro e diede il via. Uno alla volta furono estratti i 1906 cittadini. Delle navicelle blu scuro si diressero nei punti di raccolta, i rifugi furono aperti e gli estratti cominciarono ad uscire per raggiungere la navicella che gli era stata assegnata. Klint non aveva assistito all’estrazione ed era tornato fuori proprio vicino al punto di raccolta del quartiere residenziale. Una navetta blu era proprio a pochi passi da lui e aveva gli sportelli aperti.  Wilma si dirigeva verso di essa con passo svelto, il solito larghissimo sorriso. lo vide e fece un saluto. Si aggiustò gli occhiali  e, mimandogli il gesto di innaffiare qualcosa, prese posto nella navetta. Annuì e rimase lì fuori finché la navetta non partì alla volta della fazione di suo fratello, poi tornò alla sua postazione, c’erano ancore molte cose da sistemare. Intanto i rifugi si svuotarono e, come se niente fosse accaduto, tutto riprese il suo corso.

A fine giornata Klint prima di andare via appese al muro il fax che aveva ricevuto dal Tlink, poi uscì passando per l’ufficio di Wilma, l’indomani avrebbe avuto un’altra segretaria, un altro tipo di caffè, lo stesso tipo di accettazione remissiva della situazione, lo stesso grado di percezione degli eventi, lo stesso nulla. Passò dal lato del vecchio Sammy che lo salutò compiaciuto nella comodità ritrovata della sua postazione. La vita era tornata alla normalità e l’indomani Klint sarebbe stato salutato da tutti i vicini, la signora Tomasson avrebbe sorriso ancora e ancora e lui avrebbe cominciato l’ennesima solita giornata lavorativa.

Paolo Rocchigiani

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